Conferenza Vesuvio

CONFERENZA VESUVIO
Mare aperto  13 /12/2008
Dr.  Emilio  Cervi 

 

TRACCIA   CONVERSAZIONE  SU  VESUVIO  E  DISTRUZIONE  POMPEI  ED  ERCOLANO

 

ALCUNI  CENNI  SULLA  TERRA

 

La Terra, a seguito di ricerche effettuate su meteoriti e materiali provenienti dalla Luna e da altri pianeti, è stato stabilito che ha 4 miliardi e 650.000 anni.  Le particolare difficoltà riscontrate per arrivare ad una datazione veritiera sono state causate dal fatto che sulla Terra non è più possibile reperire rocce che risalgano alla sua creazione. 

Le rocce piu antiche che possiamo analizzare hanno circa 3,5/4  miliardi di anni.

La Terra ha un diametro equatoriale di km 12,756 e un diametro polare di Km 12.713.

Lo schiacciamento di 43 km è dovuto alla rotazione terrestre.

La circonferenza all’equatore è di circa 40.000 km ed ha una velocità di rotazione (misurata sempre all’equatore) di  465 m/sec.

 

BREVE INTRODUZIONE ALLA FISICA TERRESTRE  

La struttura della Terra è composta dalla Crosta (lo strato esterno), dal mantello (lo strato intermedio) ed il nucleo.

La crosta è l'involucro più esterno. É costituita da materiale allo stato solido: le rocce. É rigida ed ha uno spessore variabile. Sotto i continenti può raggiungere i 70 Km di spessore in corrispondenza delle montagne più alte, mentre nei bacini oceanici raggiunge un massimo di 10 Km. Benché la crosta sia lo strato più superficiale, di essa possiamo conoscere ben poco per via diretta: le miniere più profonde non superano i 3 Km e le trivellazioni più profonde non raggiungono i 13 Km, perciò possiamo avere informazioni solo su un sottilissimo strato superficiale.

Lo strato superficiale della Crosta si chiama SiAl, perché costituito prevalentemente da Silicati di Alluminio (più acidi), mentre quello sottostante si chiama SiMa (silicati di magnesio…più basici).

 

C'è un'isola piccolissima che si trova pochi chilometri a nord della Sicilia che ha dato il nome a tutti i vulcani del mondo: l'isola di VULCANO. Secondo gli antichi greci era su quest'isola che il Dio Vulcano abitava e lavorava nella sua mitica fucina. L'isola di Vulcano fa parte di uno degli arcipelaghi più spettacolari del pianeta: L'arcipelago delle isole Eolie. Un arcipelago formato da sette distinte isole vulcaniche : Alicudi, Filicudi, Panarea, Lipari, Salina, Stromboli e Vulcano. Ma cosa sono i vulcani, come si formano, quali sono i meccanismi delle loro eruzioni?

 

 

COS’E’  UN  VULCANO 

Il Vulcano è un rilievo che è formato dai depositi di lave e materiali piroclastici fuoriusciti da una “fessura” della Crosta Terrestre.  Tali “fessure” si trovano lungo zone ben definite della Terra, nelle quali si hanno forti attività tettoniche dovute alla deriva dei Continenti.

 

COM’E’  FATTO  UN  VULCANO

Nel vulcano si distinguono tre parti principali:

·        Il serbatoio magmatico alimentato dal magma proveniente dal mantello; quando questa si svuota in seguito ad un'eruzione. Le camere magmatiche si trovano tra i 6 e i 70 Km di profondità nella Crosta terrestre.

·        un camino principale, luogo di transito del magma dalla camera magmatica verso la superficie.

·        un cratere sommitale, dove sgorga il camino principale.
uno o più camini secondari, i quali, sgorgando dai fianchi del vulcano o dalla stessa base, danno vita a dei coni secondari.
delle fessure laterali, fratture longitudinali sul fianco del vulcano, provocate dalla pressione del magma. Esse permettono la fuoriuscita di lava sotto forma di eruzione fessurale.

·        Una volta terminata la fase eruttiva, spesso, i crateri collassano, creando le Caldere, che in molti casi hanno formato dei laghi.

 

Tipi di Vulcani :

·        Tipo hawaiano              Le eruzioni effusive, caratterizzate da emissioni di grande quantità di magma molto fluido, sono tipiche dei vulcani 'a scudo', o di tipo 'hawaiano'. Gli edifici vulcanici sono in questo caso larghi e piatti. Il più grande vulcano a scudo è il Mauna Loa, nell'arcipelago delle Hawaii.

·        Tipo stromboliano …caratterizzati da eruzioni frequenti di scarsa entità  Un vulcano di questo tipo è naturalmente lo Stromboli, sull'isola omonima nell'arcipelago delle Eolie. In questi vulcani, la lava piuttosto pastosa ristagna nel cratere, dove inizia a solidificare, accumulando sotto di sé i gas che si liberano dal magma. Quando i gas hanno raggiunto una pressione sufficiente, esplodono e scagliano nell'aria detriti solidi, la cui ricaduta contribuisce alla formazione del cono vulcanico. Esaurita la spinta dei gas, la lava torna a ristagnare, fino a una nuova esplosione. Le esplosioni si succedono in questo modo a intervalli regolari; nel caso dello Stromboli, ad esempio, una ogni 30 minuti circa.

·        Tipo vulcaniano   Eruzioni esplosive molto violente sono caratteristiche dei vulcani di tipo 'vulcaniano', che prendono nome dall'isola di Vulcano, nell'arcipelago dell'Eolie, e di tipo 'pliniano', che prendono il nome da Plinio il Giovane che descrisse l'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Nelle eruzioni di tipo 'vulcaniano' la lava molto viscosa si consolida molto facilmente alla sommità del camino e lo chiude impedendo la fuoriuscita dei gas. In questo caso i gas sottoposti a pressioni elevate esplodono e dal cratere fuoriesce una grande nube a forma di fungo. Nell'attività di tipo 'pliniano' il magma, ricco di gas, sale velocemente dalla camera magmatica e viene 'sparato' all'esterno attraverso il camino. La colonna di gas e vapore può raggiungere anche i 30 Km di altezza e una velocità iniziale superiore a quella del suono (340m/sec = 1200 Km/h).

·        Tipo peleiano       le eruzioni dei vulcani di questo tipo sono esplosive al grado estremo e prendono il nome dal Vulcano Pelee dell’Isola della Martinica (Carabi). Il magma è così viscoso che un enorme tappo di lava finisce con il bloccare ogni via di uscita verso l'alto. I gas quindi, sottoposti a pressioni enormi, esplodono aprendosi varchi alla base del grosso tappo. In questo modo fuoriescono gigantesche nubi di gas roventi misti a vapore acqueo e ceneri che scendono lungo le pendici del vulcano seminando rapidamente distruzione e morte. (nubi ardenti).

Diversità dei vulcani a seconda della profondità del serbatoio magmatico e conseguente tipo di lave.

Le varie categorie dei vulcani, sono determinate da diversi fattori :

·        La profondità o meno del serbatoio magmatico con il diverso chimismo delle lave (quelle meno profonde sono acide, quelle molto profonde sono basiche).

·        La natura del substrato su quale poggia il vulcano (e lo vedremo in seguito parlando del Vesuvio).

·        La fluidità o la pastosità delle lave e dei materiali piroclastici eruttati.

 

Una curiosità, gli hawaiani che di lave se ne intendono hanno una maniera pittoresca di suddividere i tipi di lave.

Chiamano lava  AAHHH  quella camminando sulla quale ci si fa male ai piedi.     E’ una lava molto frammentata, irta di aculei e di cristalli taglienti…La fuoriuscita di gas durante il repentino raffreddamento (dei quali è ricca) ne determina questa sua natura così irregolare (che poi è la lava Vesuviana).

Chiamano invece lava PAHOEHO è quella più fluida, tranquilla, povera di gas, basaltica, proveniente da serbatoti molto profondi e che raffreddandosi da vita a delle forme tipo tessuto pieghettato con la crosta lucidissima (alla quale si avvicina la lava dell’Etna).

 

 

 

Gli aspetti positivi dei vulcani

I vulcani  hanno contribuito alla distruzione di numerose civiltà. I vulcani presentano, comunque, un aspetto meno critico; in effetti, sono essenziali nella creazione, in un pianeta, della vita.  Molti scienziati, appunto, tendono ad identificarli come i creatori degli oceani e dell'atmosfera terrestre, tramite l'emissione e successiva condensazione di gas e vapori, emessi nel corso di miliardi di anni. Anche gli strati di cenere che coprono i terreni intorno ai vulcani hanno un'azione benefica. Le particelle che li compongono, frantumandosi, liberano alcuni fertilizzanti, come il potassio o il fosforo, essenziali per l'agricoltura.

IL VESUVIO

Si tratta di un vulcano particolarmente interessante per la sua storia e per la frequenza delle sue eruzioni. Fa parte del sistema montuoso Somma - Vesuvio ed è alto 1281 metri. È situato leggermente all'interno della costa del golfo di Napoli, ad una decina di chilometri ad est del capoluogo campano.            Il Vesuvio costituisce un colpo d'occhio di inconsueta bellezza nel panorama del golfo, specialmente se visto dal mare con la città sullo sfondo. Una celebre immagine da cartolina ripresa dalla collina di Posillipo lo ha fatto entrare di diritto nell'immaginario collettivo della città di Napoli, sebbene dagli abitanti del luogo sia considerato uno stereotipo al pari del celebre sole - mare - mandolino. Non altrettanto stereotipo, ma ben più importante, è il primato che il Vesuvio detiene a livello mondiale: si tratta del vulcano che per primo è stato studiato sistematicamente.   Geologicamente parlando il Vesuvio, proprio perché rientra nella serie di quelli “Pliniani o Vulcaniani” che abbiamo appena visto, è un vulcano molto pericoloso perché le sue eruzioni esplosive possono seminare distruzione e morte nel raggio di molti chilometri.   

Questa sua caratteristica negativa è causata da due condizioni :

1.     Il serbatoio magmatico poco profondo (max 10 km) che determina l’acidità molto alta delle lave.

2.     Il substrato sul quale si è impiantato tutto il complesso vulcanico che è formato da rocce carbonatiche.

Cosa accade quindi, a seguito di queste sue particolari caratteristiche, che le lave quando iniziano a risalire verso la superficie, spinte dall’enorme pressione sottostante, trovano nel camino vulcanico, rocce carbonatiche che vengono disciolte grazie all’alta temperatura e l’acidità delle lave stesse, determinando un aumento vertiginoso delle quantità di gas, della pressione interna e quindi del grado di esplosività del Vesuvio.   Quando il peso del “tappo” ,che è in superficie, non riesce più a contenere questa pressione, si ha l’eruzione esplosiva con le conseguenze delle quali ognuno di noi ha sentito più o meno parlare.

Recentissimi studi (agosto2008) hanno scoperto che il serbatoio magmatico che si pensava fosse a 10 km di profondità, nel corso degli anni e a seguito delle pressioni sottostanti, è risalito e adesso si è posizionato a soli 6 km, segno di una prossima eruzione (sempre parlando di anni e tempi geologici…non certo domani mattina).

DAL 1631 AL 1944  SI SONO VERIFICATE 56 ERUZIONI !

 

Storia di Plinio il vecchio e Plinio il giovane

Un giorno dell'autunno del 79 d.C.  su  Stabia, Pompei ed Ercolano si scatenò il finimondo.  Non avendo, ovviamente, nessun documento visivo, dobbiamo accontentarci della testimonianza scritta di Plinio il Giovane, che inviò con le sue cronache a Tacito.   Plinio il vecchio (che era lo zio di Plinio il Giovane, era il figlio della sorella) quel giorno era al suo posto di comando della Flotta Romana dislocata a Miseno. Il porto di Miseno era stato costruito da Marco Vipsanio Agrippa (amico, genero e generale di Ottaviano Augusto) nel ’37 a.C., per dare riparo alla flotta romana che doveva intraprendere la guerra tra Ottaviano e Sesto Pompeo) e fù dedicato a Giulio Cesare, da cui il nome Portus Julius.         Il porto fù creato unendo la già ampia rada naturale di Miseno con il lago di Lucrino e quello successivo ed attiguo di Averno        La sua famiglia era con lui.    Plinio il giovane, ci ha lasciato un'interessante testimonianza su ciò che successe. Egli osservò una nube molto densa elevarsi in direzione del Vesuvio, della quale scrisse:

 

« Non posso darvi una descrizione più precisa della sua forma se non paragonarla a quella di un albero di pino; infatti si elevava a grande altezza come un enorme tronco, dalla cui cima si disperdevano formazioni simili a rami. Sembrava in alcuni punti più chiara ed in altri più scura, a seconda di quanto fosse impregnata di terra e cenere. »

 

(Plinio il Giovane)

Vedendo questa notevole apparizione, Plinio il vecchio, grande naturalista e, ovviamente, attento all'osservazione di fenomeni insoliti, fece approntare una nave per andare a vedere più da vicino cosa stesse accadendo.   Plinio il giovane, nelle già citate lettere, a Tacito, descrive anche la fine dello zio.    Questi, infatti, aveva ricevuto, nel frattempo, una lettera da Ercolano dalla moglie di Cesio Basso, RETINA che chiedeva aiuto non avendo altro scampo che per mare.   La missione da scientifica si trasformò quindi in missione di soccorso:        Plinio, comandante della flotta di Miseno, ben conosceva il litorale vesuviano dove erano le residenze di numerosi amici.      Altre navi furono quindi fatte salpare verso quelle spiagge.     Mentre si stava perciò dirigendo verso Ercolano ai piedi della montagna, la nave fu investita da una pioggia di cenere rovente, che diventava più intensa e calda quanto più si avvicinava, cadendo, insieme a grumi di pomice e roccia nera  rovente.         Una grande quantità di frammenti rotolava giù dalla montagna, agglomerandosi sempre di più. Il mare, poi, iniziò a ritirarsi, rendendo impossibile l'approdo. Plinio, pertanto, si diresse verso Stabia e lì approdò, facendosi ospitare da Pomponiano (Pomponianus), un suo vecchio amico.                Nel frattempo, le fiamme scaturivano da ogni parte della montagna con grande violenza - l'oscurità non faceva altro che aumentare il loro splendore.     Nonostante tutto, Plinio decise di riposare. Ma presto la zona si riempì di lapilli e ceneri; i suoi servi lo svegliarono, e lui raggiunse Pomponiano e la famiglia.            La casa tremava per le forti scosse di terremoto e, nel frattempo, lapilli e ceneri continuavano a piovere all'esterno. Valutati i rischi tutti pensarono che fosse più sicuro uscire all'aperto proteggendosi la testa con cuscini.   Anche se era ormai giorno, l'oscurità era più profonda della notte più nera.    Plinio, persona di corporatura robusta ma asmatica, dopo aver bevuto acqua fredda, si stese su una vela che era stata stesa per lui ma, quasi immediatamente, la lava, preceduta da un forte odore di zolfo lo obbligò ad alzarsi. Con l'aiuto di due servi ci riuscì, tuttavia, soffocato dai vapori tossici, morì istantaneamente.      

In un'altra lettera a Tacito, Plinio il giovane si sofferma anche su quanto accadde a Miseno, dove era restato con la famiglia.          Si tratta di una descrizione altamente drammatica, soprattutto nella descrizione della "notte" che calò sull'abitato (che, va ricordato, è situato all'estremo opposto rispetto alla costa vesuviana).      Infatti, Plinio il giovane, è molto preciso e puntualizza che furono avvolti da una notte che non era una notte illune o nuvolosa ma il buio di una stanza chiusa e senza la minima luce (si era in pieno giorno..). Ci si muoveva, ricorda, in questo buio fitto, liberandosi di continuo dalle ceneri calde che cadevano ininterrottamente e che, altrimenti avrebbero sommerso e soffocato le persone.

Recenti studi e ricerche fatte su altri documenti storici dell’epoca hanno messo in forte dubbio la presenza di Plinio il Giovane sulla scena della tragedia…sembra, infatti, che abbia scritto dietro racconti di superstiti e non per presa visione diretta della realtà.    Comunque questa è una curiosità storica che non va a intaccare l’immane tragedia avvenuta nel ’79, che distrusse delle città fiorenti dal punto di vista dei commerci.

La distruzione di Pompei e Ercolano.

Non fu il solo Plinio a morire, perché, anche se molti abitanti furono all’inizio in grado di trovare una via di fuga, l’improvvisa e sopraffacente pioggia di ceneri e lapilli incandescenti, fece si che pochi di loro di salvarono nelle strade.                    

Se consideriamo l'efficace narrazione succitata che si riferisce a località site a distanza di sicurezza, è immaginabile quel che si verificò alle pendici del vulcano.       

Le città stesse scomparvero alla vista, sepolte sotto almeno 10 metri di materiali eruttivi, e come molte altre cose, con il passare del tempo, furono sepolte anche nella memoria.  

Le desolate distese che avevano visto la vita vivace e ricca, ora erano evitate e oggetto di terrori superstiziosi.

Per molti secoli restarono completamente dimenticate.   

Oggi, peraltro, grazie anche a studi comparati con vulcani simili al Vesuvio, si sono chiariti numerosi aspetti di quell'eruzione che, ben descritti da Plinio il giovane, erano stati considerati viziati da eccessiva fantasiosità.        

In particolare, le caratteristiche diverse dei fenomeni che interessarono Pompei e Stabia rispetto ad Ercolano: le prime furono sommerse da una pioggia di cenere e lapilli che, salvo un intervallo di alcune ore (trappola mortale per tanti che rientrarono alla ricerca di persone care e oggetti preziosi), cadde ininterrotta.    

Ercolano, non fu investita nella prima fase, ma quasi dodici ore dopo, e, sino alle recentissime scoperte, si era pensato che tutti gli abitanti si fossero posti in salvo. Diversa fu la natura dei fenomeni che interessarono questo piccolo centro, molto più elegante e raffinato delle commerciali Pompei e Stabia.   Infatti, il gigantesco pino di materiali eruttivi prese a collassare e, per effetto del vento, un'infernale mistura di gas roventi, ceneri e vapor acqueo, investì l'area di Pompei e Stabia. Coloro che si trovavano all'aperto ebbero forse miglior sorte, vaporizzati all'istante, di chi trovandosi al riparo ha lasciato tracce di una morte che, pur rapida, ebbe caratteristiche tremende. Il fenomeno è oggi conosciuto come "nube ardente" o frane piroclastiche.

Al calar della sera del secondo giorno, l'attività eruttiva iniziò a calare rapidamente fino a cessare del tutto.   Iniziò una grande perturbazione meteorologica che trascinò con una valanga di fango tutta la cenere che si era andata depositando lungo il crinale del Vesuvio, tale valanga andò a ricoprire Ercolano di una coltre di oltre 20 mt.   L'eruzione era durata poco più di 25 ore, durante le quali il vulcano aveva espulso quasi un miliardo di metri cubi di materiale piroclastico.   Una coltre grigia, fumante e maleodorante si stendeva sopra un territorio dove, poche ore prima vivevano le popolazioni di Pompei, Ercolano e Stabia

Datazione dell’eruzione

La data dell'eruzione del Vesuvio del 79 ci è stata trasmessa da Plinio il giovane attraverso una lettera contenuta nel suo epistolario spedito a Tacito in cui si legge nonum kalendae septembres cioè nove giorni prima delle Calende di settembre, data che corrisponde al 24 agosto.

Questa data era contenuta nella variante universalmente ritenuta più attendibile del manoscritto ed è stata accettata come sicura fino a pochi decenni fà, anche se alcuni dati archeologici via via emersi mal si accordavano con una data estiva.

Infatti nello scavo dell'area vesuviana, sigillati dai lapilli, sono stati ritrovati (carbonizzati o tramite indagini archebotaniche) resti di frutta secca (come fichi secchi, datteri, susine), frutta tipicamente autunnale (come ad esempio melograni, castagne, uva, noci), si era completata la raccolta della canapa da semina (raccolta che si effettuava solitamente a settembre), la vendemmia (effettuata solitamente nel periodo di settembre/ottobre) era da tempo terminata e il mosto sigillato nelle anfore interrate, oltre ad essere posti in uso nelle case oggetti tipicamente autunnali come bracieri. Tali anfore venivano chiuse soltanto dopo un periodo di fermentazione all'aria aperta della durata di una decina di giorni: dunque l'eruzione avvenne, se si considera attendibile questo elemento d'indagine, in un periodo successivo. Anche nel caso di una vendemmia anticipata, i giorni intercorsi tra la raccolta, la pigiatura e la prima fermentazione consentono di spostare la data avanti con una certa sicurezza.

Un ultimo rinvenimento numismatico ha permesso di accertare l'effettiva infondatezza della datazione estiva pliniana. Un denario d'argento trovato il 7 giugno 1974 nello scavo a Pompei, vicino la Casa del bracciale d'oro (Insula Occidentalis) porta sul retto impressa l'iscrizione:

« IMP TITVS CAES VESPASIAN AVG P M TR P VIIII IMP XV COS VII PP » (IT) « Imperatore Tito Cesare Vespasiano Augusto Pontefice Massimo, nona volta con la potestà tribunizia, imperatore per la quindicesima, console per la settima, padre della patria »

Questo ritrovamento permette di affermare che l'eruzione avvenne, ovviamente, dopo l'emissione di questa moneta, quindi nell'anno in cui l'imperatore Tito Vespasiano ricoprì il settimo consolato (‘79), dopo l'assunzione per la nona volta della potestà tribunizia, cioè dopo il 1º luglio. L'indicazione della quindicesima acclamazione all’ Imperatore permette di posticipare ancor di più questo limite cronologico: infatti altre due iscrizioni (conservate a Siviglia, Spagna, e al British Museum) datate al 7 settembre e all'8 settembre riportano ancora la quattordicesima acclamazione.

Questo termine ha permesso di accertare che l'eruzione del Vesuvio avvenne sicuramente dopo l' 8 settembre e considerando gli altri dati archeologici, in particolare la conclusione della vendemmia (testimoniata dal ritrovamento di anfore contenenti succo di uva appena avviato alla fase di fermentazione) ed il rinvenimento di noci e fichi secchi, prugne o melagrane perfettamente conservate, è plausibile ipotizzare una data ancora successiva e pienamente autunnale.

La scoperta dei resti di Ercolano e Pompei

Delle città sepolte di Ercolano e Pompei, si perse quasi completamente la memoria, e la loro posizione venne dimenticata. Alla fine del 500, una collina ricca di vigneti e chiamata Civita veniva considerata il probabile sito di Pompei, ma non vennero fatte accurate indagini; pochi anni dopo, lo scavo di un canale per portare le acque del Sarno a Torre Annunziata portò alla scoperta di alcune monete del tempo di Nerone e Vespasiano, che però sparirono nelle tasche dei lavoratori e della scoperta più non si parlò, grazie anche alla successiva eruzione vesuviana del 1631 che ricoprì di cenere la zona. Nessuna traccia venne scoperta fino al 1713, quando un contadino, intento a scavare un pozzo a Resina, trovò i resti di varie colonne e frammenti di marmo a circa 8 metri di profondità. Il duca Emanuele Maurizio d'Elboeuf, allora di stanza a Napoli, s'interessò dell'accaduto, tanto da comprare il terreno e cominciarci degli scavi per conto proprio. Furono scoperte numerose statue, ma la durezza della roccia -e la concomitante partenza del D'Elboeuf- fece sì che i lavori s'interruppero presto. Solo alcuni anni dopo il re Ferdinando I, fece riprendere i lavori che portarono alla scoperta di altre statue, murature ed oggetti, finché l'11 novembre 1738 venne scoperta una lapide su cui era scritto Teatrum Hercolanensem. Così fu scoperta Ercolano.

A quel tempo comunque, nonostante il re avesse istituito a Portici un museo in cui raccogliere i frutti degli scavi, poca attenzione venne data alla scoperta, considerata solo una "caccia al tesoro"; ma nel 1748 un contadino, scavando il suo vigneto nella zona di Civita, incappò in un'antica opera d'arte. Affondando un palo in quel punto, alla profondità di 4 metri, vennero ritrovati resti di edifici, che inizialmente furono ritenuti le rovine di una grande casa di campagna isolata. Ma ben presto si scoprirono anche affreschi, oggetti preziosi, ed infine i primi cadaveri: in particolare, lo scheletro di un uomo che aveva ancora in mano i resti di una borsa con antiche monete d'oro, su cui era inciso il nome di Pompei. La conferma che la città scoperta fosse proprio Pompei venne stabilito nel 1749, quando venne ritrovata una iscrizione lapidea che commemorava la restituzione, da parte del tribuno P.Svedio Clemente, "al pubblico possesso dei pompeiani" di locali che erano stati occupati dai privati.

Questa scoperta portò a ulteriori ricerche, e l'esatta posizione delle due città venne così accertata. Il lavoro di dissotterramento è continuato, con poche interruzioni, fino ai giorni nostri, e molti preziosi reperti di arte antica sono stati portati alla luce; naturalmente, nel tempo, si sono affinate le tecniche, sia di scavo, sia di trattamento dei reperti. Basti pensare che, inizialmente, era del tutto normale asportare statue, pitture parietali, arredamenti, monili e oggetti di uso comune, limitandosi a sommarie indicazioni sulle zone di ritrovamento, poiché gli scavi non erano condotti secondo criteri scientifici, ma erano motivati solo dalla cupidigia di ritrovare oggetti preziosi.

D'altro canto, la sensibilità dell'epoca era ben diversa dall'attuale, come testimoniano le vicissitudini di celebri reperti archeologici, approdati in musei stranieri in modo più o meno regolare. Comunque è possibile dare un giudizio nel complesso positivo, dal momento che moltissimi reperti affluirono al Museo Borbonico di Napoli (oggi Museo Nazionale, il principale per quantità e qualità di reperti d'epoca romana in Italia e nel mondo).

Un autentico salto di qualità si ebbe con l'archeologo Giuseppe Fiorelli, Direttore degli Scavi negli ultimi anni del Regno borbonico, che mantenne anche nel prosieguo l'incarico e che per primo applicò un rigore scientifico e sistematico nella ricerca, pubblicando anche un Giornale degli Scavi di Pompei tra il 1861 ed il 1863. È sua l'idea di riempire di gesso liquido le cavità di cui si avvertiva la presenza nello scavo: l'intuizione che tali cavità potessero essere lo stampo di corpi disfattisi in uno strato di ceneri compattatesi nel tempo, si rivelò esatta; i reperti (taluni, celeberrimi come il cane alla catena) restituiscono con immediatezza, a volte commovente, gli ultimi momenti di vita degli sfortunati abitanti di Pompei.

Numerosi reperti a Pompei e non, ad esempio, ad Ercolano perché le diverse modalità di sommersione delle città, in questo secondo caso portarono al formarsi di uno strato tufaceo di 15/20 metri di spessore originato dalla massa liquida che coprì la città.       Fra l'altro, questo è tuttora uno degli ostacoli alla messa in luce integrale di Ercolano, non tanto per lo scavo in sé ma perché la città moderna insiste sulla verticale dell'antica. Si pensi che, a quasi 300 anni dalla scoperta della Villa dei Papiri così detta dalla ricchissima raccolta di testi su papiro, la stessa è tuttora sepolta anche se, grazie alle nuove tecniche, se ne conosce una discreta porzione.

Il futuro e il "rischio Vesuvio"

Ed il futuro?

I vulcanologi, ma anche i non addetti ai lavori, sanno che il dinamico riposo del Vesuvio avrà prima o poi un termine. Svariate ipotesi sono state fatte in proposito: chi sostiene che il risveglio sia prossimo, chi, invece, che sia una questione di 50-100 anni se non di secoli. Il più piccolo segnale premonitore quali alterazioni dei gas delle fumarole, piccoli terremoti o deformazioni del suolo accendono all'istante le ipotesi -o gli allarmi- più svariati. Quel che è certo, è che il vulcano al suo risveglio avrà un'eruzione fortemente esplosiva sul modello di quella del 1631, se non addirittura del ’79. Le pendici del Vesuvio e i comprensori circostanti sono oggi fittamente antropizzati e disordinatamente urbanizzati. Per far fronte ai grandi rischi connessi ad una non impossibile eruzione del Vesuvio è stato redatto un piano nazionale d'emergenza che individua zone a diversa pericolosità e prevede azioni di soccorso, piani di evacuazione eccetera, ma immaginate il caos, gli ingorghi stradali, il panico che si determinerà durante la fase parossistica.

Immaginate lo scenario che si presenterà ai poveri contemporanei che si troveranno a vivere quel momento terrificante, quando, prima o poi si riverificherà.

 

Speriamo solo di non esserci più !!!!!!!!!!!